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PIU’ UMANO PIU’ VERO (è un ballo straniero)

DIARIO.IT  il 2 febbraio 2001 spiegava tutta la questione delle infermiere bulgare il Libia, di come fossero innocenti e abbiano solo fatto da capro espiatorio a Gheddafi per non ammettere con il suo popolo che hanno degli ospedali da terzo mondo e da ostaggi per accaparrarsi un sacco di milioni di euro dall’Unione europea (senza contare che qui si mormora che nelle ultime negoziazioni abbia chiesto un’autostrada e una ferrovia alla Francia).
 

L’inchiesta vecchio stile I bambini malati di Gheddafi Colpiti dal virus Hiv, oggi sono curati in Italia. Cinque infermiere bulgare, arrestate a Bengasi, sono accusate di averli infettati di Maria Pace Ottieri

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Sono arrivati a Milano nel mese di luglio, in gran segreto, un centinaio di bambini libici tra i sei mesi e i tredici anni, accompagnati dai genitori, per essere curati all’Ospedale Sacco e all’Ospedale Niguarda. I bambini sono tutti positivi al virus Hiv, che può provocare la sindrome dell’Aids. La loro storia medica dice che hanno contratto l’infezione durante una degenza per motivi vari – da infezioni banali a operazioni chirurgiche – nell’ospedale infantile Al Fatih di Bengasi, dove sarebbero stati contagiati nel corso del 1998, presumibilmente dal febbraio al settembre, con iniezioni di prodotti contaminati.
Usiamo il condizionale perché la vicenda è avvolta da un riserbo assoluto: i medici e gli infermieri degli ospedali milanesi non parlano, vincolati, dicono, da un patto di silenzio con le autorità libiche che avrebbero stipulato un accordo per un ciclo di cure di durata indefinita.
I bambini contaminati nell’Ospedale di Bengasi sono molti di più di quelli arrivati in Italia. 393, secondo la versione ufficiale, addirittura oltre mille, nelle voci, sia pure rare e non confermate, che circolano intorno a questa vicenda. Ventuno di loro sarebbero morti nel corso del 1999.


Un mese prima, in giugno, un altro gruppo di circa novanta famiglie libiche è arrivato a Roma; motivo dichiarato della visita: sottoporre i figli a «visite mediche» non meglio precisate all’Ospedale del Bambin Gesù.
Nella capitale genitori e bambini alloggiano al Residence Roma di Forte Bravetta, un insieme di edifici di proprietà di Roberto Mezzaroma, che il Comune di Roma gestisce per dare un tetto a persone o famiglie indigenti di solito italiane, sfrattati o sfollati. Gli altri abitanti del residence dicono che il gruppo dei libici è stranamente riuscito a sfrattare gli occupanti di una delle palazzine dopo averla completamente ristrutturata con un notevole esborso di denaro e che pagherebbero l’affitto direttamente alla proprietà, all’insaputa dello stesso Comune; circostanze del tutto anomale che fanno pensare a un accordo diretto tra il proprietario e il governo libico e alla volontà di tenerli nascosti. I sorveglianti della sicurezza del residence sono particolarmente attenti a che nessuno avvicini, parli o fotografi le famiglie libiche.

Una lunga odissea. A Milano, invece, i gruppi di libici vivono tra due residence e alcuni monolocali presi in affitto. Quasi tutti i bambini, tranne i casi più gravi, frequentano l’ospedale la mattina per esami e cure e passano il resto del tempo «a casa». Durante il giorno le famiglie gironzolano angosciate e smarrite per piazza Duomo dove mangiano spesso al McDonald’s, o intorno alla stazione centrale, nei pressi di uno dei residence. La domenica vanno in gita a Venezia o a Gardaland, scortati dagli onnipresenti agenti dei servizi segreti di Tripoli. Alcune donne, durante il loro soggiorno in Italia, hanno partorito. I libici sono assai prolifici, con una media di dieci o undici figli a coppia, ubbidienti all’esortazione del colonnello Gheddafi di dare almeno quindici figli alla patria. Il 70 per cento della popolazione libica ha meno di vent’ anni. L’Italia è la meta più recente di una lunga odissea che ha portato molti dei bambini ammalati in Austria, in Svizzera e in Francia.
Ufficialmente tutto comincia nei primi mesi del 1999, quando all’ospedale di Bengasi si scopre l’ampiezza dell’epidemia. Di fronte a un’emergenza così grave e sconosciuta, i libici chiesero aiuto all’Austria, alla Svizzera e alla Francia. Di tutti questi viaggi, le uniche notizie certe provengono da Parigi, dove nel mese di maggio 1999 arrivano 80 bambini sieropositivi per essere sottoposti ad analisi e cure in diversi ospedali della città. In un articolo sul quotidiano francese Libération, comparso in quel periodo, un pediatra francese racconta: «Abbiamo cercato di spiegare alle autorità libiche che, dato il numero di bambini malati, sarebbe stato molto meglio inviare un’équipe di medici francesi in Libia perché formasse i medici locali a far fronte a questa terribile emergenza, ma i libici non hanno voluto e da quel momento noi non li riceviamo più; sappiamo che vanno essenzialmente in Italia».
Il governo libico si è impegnato a finanziare le analisi e le cure italiane dei bambini con 60 milioni di dollari, dopo aver dato ad ognuna delle famiglie una cifra equivalente a 30 milioni di lire, un anno di congedo pagato dal lavoro (ai mariti) e una casa fuori città per tenere le famiglie «appartate».
«Da noi l’Aids è considerata una malattia maledetta e vergognosa», hanno detto alcune madri dei bambini malati incontrate a Milano, «e in Libia siamo stati allontanati da tutti, perfino dai nostri familiari». Gli stessi genitori dei piccoli malati non hanno ricevuto spiegazioni di quanto possa essere successo all’ospedale Al Fatih e alcuni di loro hanno scoperto solo qui che la malattia dei loro figli era Aids.
Se si chiede a qualcuno dei genitori implicati che cosa pensano del contagio, la risposta è sempre la stessa: chi lo ha fatto è stato pagato dai servizi segreti americani o «jewish», che sta per israeliani.
In Libia, in un primo momento, sono state loro date informazioni vaghe su un presunto medico palestinese che avrebbe voluto vendicarsi del presidente libico Muhammar Gheddafi per la cacciata degli immigrati palestinesi dal Paese. Più tardi, nel corso dell’inchiesta giudiziaria, il 9 febbraio del 1999 sono stati arrestati 33 medici e infermieri, tutti membri del personale amministrativo e direttivo dell’ospedale infantile di Bengasi. Tra di loro ci sono 23 cittadini bulgari, un palestinese e nove libici. Le accuse, gravissime e punibili con la pena di morte, sono di «provocazione di epidemia mediante iniezione del virus dell’Aids a 393 bambini, omicidio doloso premeditato e compimento sul territorio libico di atti tesi a provocare l’uccisione arbitraria di persone allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato».
Così la tragedia dei bambini libici è balzata al centro di un intrigo internazionale complicato e misterioso che l’ossessione del regime di Tripoli per la segretezza avvolge di una impenetrabile coltre di nebbia.
Un mese dopo gli arresti, ai primi di marzo del 1999, mentre gran parte dei cittadini bulgari indiziati venivano prosciolti e rimessi in libertà, cinque donne, tutte infermiere, e un uomo, un medico anestesista, marito di una delle infermiere, restavano nella carceri libiche dove sono tuttora detenuti. Si chiamano: Cristiana Venclinova Valcheva, Nasya Stoycheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Cherveniaska, Snejana Ivanova Dimitrova, e Zdravko Marinov Georgiev.
Dal momento del loro arresto, agli imputati è stata negata l’assistenza consolare e legale garantita dal diritto internazionale e da accordi bilaterali e per molti mesi le autorità libiche hanno declinato sistematicamente le molteplici richieste della parte bulgara di nominare un avvocato a difesa dei detenuti. Sostiene Tripoli che la legislazione libica ammette l’assistenza legale solo successivamente alla contestazione formale dell’imputazione, che nel caso dei sei bulgari arrestati non era ancora stata formulata.
Il processo comincia così senza che agli imputati sia data la possibilità di scegliere liberamente gli avvocati difensori. Il 24 gennaio del 2000, l’ambasciatore bulgaro a Tripoli veniva informato dal presidente dell’Ufficio del ricorso popolare (un organo speciale che esercita funzioni inquirenti e di pubblico ministero, preposto ai processi che attengono la sicurezza nazionale della Libia) che entro una settimana si sarebbe conclusa l’istruzione, dopodiché si sarebbe proceduto alla notifica delle imputazioni a carico dei sei cittadini bulgari detenuti che sarebbero poi state presentate all’ambasciata bulgara a Tripoli.
Il 7 febbraio lo stesso ambasciatore venne a sapere (in via ufficiosa) che quel giorno il Tribunale del popolo libico stava celebrando il processo ai sei connazionali e il 10 febbraio gli fu comunicato a voce dal direttore del settore Paesi europei del ministero Affari Esteri libico che il processo penale n.44 del 1999 contro i sei bulgari era iniziato da tre giorni. Ad alcune delle infermiere bulgare sono state avanzate ulteriori accuse di «concubinaggio, aborto clandestino di un figlio concepito con un libico, produzione abusiva di alcool, consumo di bevande alcoliche in luogo pubblico e operazioni valutarie illegali».
Da quanto risulta all’ambasciata della Repubblica di Bulgaria a Tripoli, gli alloggi dei medici e delle infermiere bulgare sarebbero stati sottoposti a diverse ispezioni dopo l’arresto; nel corso di una di queste ispezioni la polizia libica avrebbe «scoperto» i contenitori di vetro recanti residui di plasma sanguigno con i quali sarebbe stata trasmessa l’infezione.
Solo il 27 febbraio, vale a dire un giorno prima della seconda udienza, fissata per il 28 febbraio, gli imputati sono stati autorizzati a firmare le procure con cui nominano loro difensore di fiducia il noto avvocato libico Osman Bisanti, mentre l’avvocato bulgaro nominato dalle loro famiglie, Vladimir Sheitanov (per sinistra ironia della sorte in arabo seitan vuol dire satana) ha potuto partecipare al processo solo tre mesi dopo, ai primi di maggio del 2000. Secondo l’ambasciata bulgara a Tripoli, quindi, in nessuna fase del processo sarebbe stato rispettato l’impegno assunto da alti esponenti del governo libico di garantire un processo equo e imparziale e di assicurare un’adeguata difesa agli imputati.

Unica versione: complotto. Ai rappresentanti del governo sono stati concessi solo rari incontri con i detenuti, senza mai dare la possibilità di parlare liberamente con loro, e ogni conversazione riguardante il regime di detenzione e i metodi adoperati nel corso dell’istruzione è stata troncata sul nascere. «Sono trapelate notizie di torture nel corso del procedimento istruttorio, che mi sono state confermate poi dagli stessi imputati durante il mio incontro, il 6 aprile scorso», dice Hristo Danov, presidente del Tribunale costituzionale di Sofia e il primo ad incontrare i detenuti.
Benché il Tribunale del popolo abbia negato ai rappresentanti dell’ambasciata bulgara a Tripoli l’accesso diretto agli atti giudiziari, 1.600 pagine – solo e rigorosamente in arabo – dagli atti processuali finora noti risulta che almeno una cittadina bulgara in seguito alle torture abbia confessato di aver infettato dolosamente con il virus dell’Aids i bambini libici.
Quanto all’avvocato libico della difesa Osman Bisanti, uno dei legali più noti del Paese, le sue richieste di produrre ulteriori prove e referti medici oltre a una serie di documenti quali i rapporti dell’Organizzazione mondiale della sanità sull’insorgere e la diffusione dell’Aids in Libia dal 1990 in avanti, le analisi sull’Aids predisposte dall’Institut Louis Pasteur in Francia e il parere del direttore del laboratorio, professor Luc Montagnier non hanno avuto alcun seguito.
Secondo i rapporti congiunti dell’Unaids e della World Health Organization del dicembre 2000, la percentuale della popolazione adulta, dai 15 ai 49 anni, infettata dall’Hiv in Libia è dello 0,05 per cento, ma la loro attendibilità è scarsissima, poiché i dati che provengono da tutti i paesi del Nordafrica e del Medioriente, tranne Israele, sono siglati da un asterisco che ne segnala l’insufficienza: basti dire che secondo questi stessi dati le nuove infezioni di Hiv nel 1999 sarebbero solo 80 mila in tutti i Paesi nordafricani e mediorientali. D’altra parte sono invece numerossime le ricerche epidemiologiche (alcune anche del ministero della Sanità italiano) che individuano la diffusione dell’epidemia in Africa lungo le rotte del traffico delle merci e degli esseri umani. Le rotte dei camion, la prostituzione, la promiscuità sono ora indicate come i vettori del rischio del contagio in tutto il continente africano.
Il caso libico sembra invece del tutto differente: un voluto contagio, motivato dalla ideologia o dall’odio. Sarebbe il primo episodio al mondo. Così come una così grave diffusione della malattia tra bambini figli di genitori sieronegativi, non ha praticamente precedenti nella letteratura medica. L’ultimo caso di epidemia infantile di Aids era stata registrata in Romania nell’ultimo scorcio del regime di Ceausescu.

Un processo molto oscuro. Nessuno ha dunque ancora in mano il bandolo di questa intricata e terribile tragedia. L’unico «fattore di rischio» a cui sono stati esposti i 393 bambini infettati è – secondo le notizie ufficiali – il fatto di esser passati dall’ospedale di Bengasi tra il febbraio e il settembre del 1998.
L’ipotesi del crimine premeditato non sembra poggiare per ora su alcun elemento concreto. «Non sappiamo nemmeno su quali elementi riposino le accuse, dicono che hanno trovato dei flaconi di sangue contaminato, ma non abbiamo mai visto le analisi», dichiara il medico bulgaro inviato insieme all’avvocato Sheytanov in Libia.
A due anni dal loro arresto gli imputati sono ancora in attesa del verdetto e il processo è già stato rinviato sei volte. La prossima data stabilita è il 10 febbraio, fra una settimana, ma a complicare la vicenda, pochi giorni fa è stato arrestato anche uno dei medici libici che collaborava con i medici francesi nella ricerca sulle cause del contagio.
E quali mai potrebbero essere le ragioni che avrebbero indotto un gruppo di professionisti, tre delle infermiere tra l’altro appena arrivate in Libia, a compiere un crimine di tale efferratezza?
Abbiamo chiesto alla dottoressa Paola Nasta, specialista in malattie infettive presso la Lila nazionale (Lega italiana lotta all’Aids), del tutto ignara della vicenda, che cosa pensa di una simile ipotesi: «È altamente inverosimile; più facile è credere, come è già successo, alla trasmissione dei virus attraverso sangue infetto o immunoderivati, plasma, immunoglobuline, anche da bambino a bambino o attraverso vaccinazioni, per esempio, se si riutilizzano più di una volta le siringhe o se in ogni caso i presidi utilizzati non sono assolutamente sterili».
Dello stesso parere è il dottor Paolo Lusso, responsabile della ricerca sull’Aids dell’Ospedale San Raffaele di Milano, il quale spiega come sia possibile con esami molto sofisticati ricostruire alcuni aspetti della storia dell’infezione, ma non il suo veicolo: «Il virus dell’Hiv muta continuamente, come il dio Proteo, e attraverso lo studio delle sue forme, che seguono una precisa cronologia si può risalire al periodo dell’infezione, non invece all’origine geografica del virus che, oltretutto, nell’ipotesi di un folle gesto omicida, una volta passato in laboratorio non è più riconoscibile. A mia conoscenza non ci sono precedenti di contagi di massa volontari e se anche ci fossero sono stati tenuti ben nascosti».
Gli stessi studi che i medici e i ricercatori francesi dell’Institut Pasteur hanno compiuto sui bambini libici ricoverati negli ospedali parigini hanno rivelato due diversi ceppi di virus Hiv e la presenza di altre infezioni tra cui l’epatite B e C, tutti elementi che indurrebbero a pensare ad un contagio dovuto all’incuria o almeno alla scarsa sorveglianza sanitaria dell’ospedale di Bengasi, più che a un omicidio premeditato.
In Bulgaria il caso è seguito con rabbia e sgomento. Ci sono state proteste sotto l’ambasciata libica e giornali e televisioni non hanno mai smesso di parlarne. «Dai tempi del comunismo la Bulgaria è legata da uno stretto rapporto di cooperazione e di aiuti, rimasto attivo nel campo sanitario anche dopo la caduta del muro», dichiara Stefan Tafrov, l’ambasciatore bulgaro a Parigi che in modo ufficioso ha cercato si richiamare l’attenzione della stampa francese sulla vicenda. «Le infermiere e il medico implicati sono professionisti seri e stimati partiti per la Libia nel quadro di un rapporto di scambio che prevede nostri medici negli ospedali libici, dove guadagnano più che in patria, e medici libici che si perfezionano da noi».
Il ministro degli Esteri bulgaro Nadezhda Mihailova, nel corso della sua visita al Vaticano nel maggio scorso, ha ufficialmente chiesto a Giovanni Paolo II il suo sostegno per assicurare ai sei imputati bulgari un processo equo in vista dell’udienza fissata per il 4 giugno a Tripoli e poi rinviata, esortandolo a pregare per loro e per i bambini malati e perché si ristabilisse la verità. Ma quale verità? I sei bulgari arrestati sono criminali efferati o capri espiatori? Da dove tirare il filo per dipanare la matassa di una delle più terribili epidemie infantili mai verificatesi nella storia dell’Aids, avvolta dovunque, perfino in Italia, da una fitta coltre di mistero?

L’imprevedibile Gheddafi. Benché Gheddafi sia famoso per la sua assoluta imprevedibilità, la sola ipotesi attendibile che possiamo formulare è che in questo momento abbia più che mai l’interesse a tenere nascosta l’epidemia non solo perché perseguitato dalla sindrome paranoica della segretezza, ma perché il solo sospetto che ci siano forti responsabilità dello Stato rischia di danneggiare la nuova immagine del Paese che va promuovendo all’esterno e di far tracimare l’esasperazione di una popolazione da tempo delusa da uno Stato rivelatosi repressivo, corrotto e inefficiente e forse più disposta a passare dalla passività alla resistenza.
Nonostante la ricchezza della Libia (dove la benzina costa meno dell’acqua), l’economia del Paese è andata progressivamente deteriorandosi, arrivando nel 1999 a un regime di austerità che ha imposto enormi tagli alla sanità e all’istruzione. I colpi più duri il Paese li ha ricevuti dalla caduta del prezzo del petrolio alla fine del 1998 e dalle sanzioni internazionali che hanno aumentato i prezzi di tutti i generi alimentari importati. Il progetto faraonico del Grande fiume costruito dall’uomo costato 27 miliardi di dollari, si è infatti rivelato fallimentare e la Libia continua ad importare il 70 per cento del fabbisogno alimentare.
Proprio dalla crisi economica è nato un movimento di opposizione islamica, incoraggiato dal successo nei vicini Egitto e Algeria, che rivendica il ritorno a principi islamici come l’unico modo di rigenerare l’economia e la politica del Paese. Dapprima sono riapparsi i Fratelli Musulmani, a lungo perseguitati in Libia, che puntano su progetti di welfare e di recente sono saliti alla ribalta della scena politica i misteriosi Movimento dei Martiri Islamici e Gruppo Islamico Libico, composti da veterani della guerra in Afghanistan emarginati e rancorosi, che stanno reclutando molti giovani nelle università e nelle accademie militari.
Gli scontri sono ormai quotidiani e il livello di violenza si è alzato negli ultimi anni culminando negli attentati del 1996 (in cui è rimasta uccisa una guardia del corpo del colonnello) e del 1998, in cui Gheddafi è stato ferito vicino a Bengasi. Un dato che ci ricollega alla vicenda dell’ospedale Al Fatih è che proprio Bengasi è il cuore dell’opposizione al regime, non solo di quella tradizionale della borghesia commerciale da lui distrutta (in gran parte di origine turca), ma della nuova e più aggressiva opposizione islamica.
Secondo le previsioni dell’autorevole Journal of Middle East Policy, si sta delineando una forte alleanza tra esercito e islamisti. Non potrà che essere l’esercito a deporre Gheddafi, ma chiunque lo voglia deporre avrà bisogno della forza di coesione e della legittimazione dell’Islam. Il dopo-Gheddafi potrebbe dunque essere un regime militare legato all’Islam ortodosso.
Quanto ai rapporti con il resto del mondo e soprattutto con l’Europa, anche qui la vicenda dei 393 bambini ammalati di Aids cade proprio nel momento in cui, dopo sette anni di resistenza alle pressioni internazionali, il colonnello ha dato precisi segnali di apertura: dalla decisione di consegnare i due libici sospettati dell’abbattimento dell’aereo Pan-am su Lockerbie in Scozia nel 1988, al risarcimento di 33 milioni di dollari per il bombardamento dell’aereo francese in Chad nel 1989.
Le ragioni del cambiamento di rotta sarebbero determinate dalla necessità di attirare investimenti stranieri per dare ossigeno a una situazione economica che, come si è visto, rischia di sfuggirgli di mano da un momento all’altro.
Da quando le Nazioni unite hanno tolto le sanzioni, nell’aprile scorso, Gheddafi ha anche cercato di intensificare gli investimenti della Libia in Europa alla ricerca di fonti di reddito alternative al petrolio e il Paese dove ha investito di più è proprio l’Italia. Dopo aver comprato nel decennio tra il 1980 e il 1990 migliaia di stazioni di benzina ed essere entrato in molte società italiane, di recente ha rilanciato la sua presenza chiedendo di aumentare la sua partecipazione al Banco di Roma e di diventare un importante azionista dell’Eni.

Uno scenario di affari. Nel corso di questa ricognizione, abbiamo chiesto notizie al ministero degli Esteri e alla commissione Esteri della Camera, ma non abbiamo avuto risposte. I rapporti diplomatici-politici-militari tra Italia e Libia sono perlatro notoriamente avvolti dal mistero. Nel recente passato coinvolgono l’ingresso libico nel consiglio di amministrazione della Fiat (1976), l’abbattimento del Dc-9 Itavia sopra Ustica (1980), la concessione della base di Sigonella all’aviazione americana per il bombardamento di Tripoli (1986), il pronto intervento dei migliori cardiologi italiani per un’emergenza del colonnello Gheddafi (1999). Oggi l’Italia ha tutti gli interessi a entrare nelle grazie del colonnello per assicurarsi le opportunità di affari offerte dal nuovo corso nei rapporti internazionali, dalle costruzioni, alla fertilizzazione del deserto, al turismo di massa ancora tutto da inventare. Già oggi partono dall’Italia tre voli alla settimana da Roma e uno da Milano e sempre tutti pieni. Quanto il nostro Paese tenga alla Libia lo ha dimostrato del resto Massimo D’Alema, primo presidente del Consiglio europeo a visitare il Paese dopo la consegna da parte di Gheddafi degli imputati dell’affare Lockerbie e tornato pochi giorni fa in Libia per una nuova visita privata. È di quest’estate la firma di un contratto per il rinnovo dell’ospedale ortopedico di Bengasi dove vengono curati e riabilitati i mutilati dalle mine, mentre tra le voci circolanti intorno alla vicenda dei bambini libici c’è anche quella di un progetto di costruzione da parte dell’Italia di un nuovo, grande ospedale.
Si può pensare dunque che i bambini siano in buone mani e che proprio dall’Italia potrebbero venire informazioni utili a ricostruire la storia di questa tragica epidemia, se e quando i medici che la studiano si sentiranno pronti a rompere il vincolo di segretezza imposto dal presidente libico. Forse oltre alle vite di centinaia di bambini potrebbero salvare anche quelle degli imputati bulgari. •

luglio 25, 2007 - Posted by | l'islam che piace ai giovani

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