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ROCCO SIFFREUD (lapsus freudianal)

Nadia Fusini e marcellopera per “la Repubblica”

Vi avverto: è rozzo il piacere che si ricava dalla lettura di questo libro “Sigmund Freud e le sue donne” (La tartaruga Ed., pagg.524, euro17,50), scritto in modo competente, ma piatto, da Lisa Appignanesi e John Forrester, quest´ ultimo accademico, professore di Storia e Filosofia a Cambridge, e la prima scrittrice e conduttrice di programma televisivi e artista a quanto pare a tutto campo. Né brilla la traduzione di Ester Dornetti; mancanza di lustro che non le si può addebitare (alla traduzione, intendo), in assenza di luce originale.

(Sigmund Freud)


Il libro è stato scritto nel 1992, anno in cui per i “tipi” di Laterza uscì in Italia un altro studio sullo stesso tema, dal titolo “Psicoanalisi al femminile”, a cura di Silvia Vegetti Finzi; un libro scintillante per passione, dove comparivano per lo più le stesse protagoniste, ma non come «donne di Freud».

Nel libro italiano c´erano Anna Freud e Sabine Spielrein e Marie Bonaparte e Lou Andreas-Salomé e Helen Deutsch e Karen Horney e c´era pure Melanie Klein, e si arrivava fino a Francoise Dolto e Luce Irigaray – perché il criterio non era che da Freud le donne che si erano dedicate alle psicoanalisi fossero state “toccate” con mano. Mentre qui, nel libro inglese, intendo, si privilegia un´idea di conoscenza che piacerebbe all´incredulo Tommaso.

Scherzi a parte, le donne di cui parlano Appignanesi e Forrester sono le prime amiche e pazienti del dottor Freud, compresa la figlia devota, e tra le pazienti e le discepole quelle che si trasformarono poi in colleghe. Non c´è invece Melanie Klein, e giustamente: lei stessa non vorrebbe certo rientrare sotto il cappello «le donne di Freud» – la sua indipendenza ne soffrirebbe.

Nella prefazione alla ristampa inglese del 2005, che accompagna l´attuale versione italiana, si sottolinea come il libro sia stato scritto «nel secolo di Freud», un secolo ormai superato; ma entrambi gli autori si dichiarano certi che le “donne di Freud” non smetteranno di intrigare chi nel nuovo millennio ancora abbia memoria di quell´avventura straordinaria che è stata (è ancora?) la psicoanalisi. Condivido con loro tale certezza. E malgrado il mio appunto iniziale, consiglio di leggere il libro.

Ma vi prego, non lasciate che a soddisfarsi sia semplicemente il gusto del pettegolezzo. So bene come l´orecchio si delizi accostandosi a quella specie di confessionale che è il lettino psicoanalitico. La psicoanalisi, dopo tutto, che altro è, se non un modo differente di usare il letto?

Certo, a leggere una dietro l´altra le vite delle donne che a vario titolo hanno contribuito all´invenzione della psicoanalisi, fa impressione osservare quali legami ambigui si stringessero tra maestro e discepole e pazienti e allieve. Più che legami, nodi. Il solo modo di legarsi, forse.

Non è soltanto con Jung e Sabine Spielrein che Freud crea un triangolo. Si ripete tra lui, l´allievo Ernst Jones e la moglie di lui Loe, l´ebrea ricca e intelligente e invalida. E tra Tausk e Lou Salomé e di nuovo tra Tausk – Helene Deutsch e sempre Freud.

Per non parlare dei nodi che la figlia Anna, Anna-la-Santa, Anna-Cordelia, tesse non solo con il padre; ma con Dorothy Tiffany Burlington, ricchissima ereditiera americana, la quale viene in Europa per curarsi lei e i figli e diventa la compagna di Anna, la quale prende in cura i figli di lei, che si ritrovano la medesima donna nelle funzioni di terapista, insegnante, madre e compagna della madre. I risultati sono che Bob continua a soffrire di depressione e ne muore a cinquantatré anni e Mabbie si suicida a cinquantasette anni. Non male, potreste dirmi.

Colpisce, inoltre, quanto breve fosse l´apprendistato: Helene Deutsch è in analisi da appena tre mesi, quando Freud le manda un paziente, Tausk. Il quale, sarà un caso, si suiciderà.

Ruth Mack Brunswick avrà anche avuto doti naturali, ma aveva appena iniziato il tirocinio quando Freud le mandò un paziente illustre – l´uomo dei lupi. Con grande invidia e nessuna gratitudine da parte di Melanie Klein, che sarebbe stata più adatta. Anche così Freud esercitava il suo potere.

La cura durava – beati loro! – pochi mesi. Tre mesi di terapia con il dottor Jung e Sabine Spielrein guarisce. Marie Bonaparte va una prima volta per sei mesi, poi uno o due mesi l´anno, finché Freud muore. E da pazienti si diventa amici in un momento. E il padre fa l´analisi alla figlia, la madre al figlio, le mogli convincono i mariti, e i mariti le mogli a farsi analisti. E ci si prestano soldi e favori senza pregiudizi. Come in una saga disordinata e incoerente e immorale.

Pure, non fermatevi a gustare soltanto queste emozioni; ancora più forte è l´emozione di incontrare una per una le “donne di Freud“, le quali sono un insieme di creature tutte davvero molto interessanti. E il vero modo di incontrarle è nel pensiero, nel modo libero in cui, con Freud e dopo Freud, continueranno a lavorare in una stanza, dietro a un letto.

Perché, se all´inizio del libro il lettore si chiede: ma che gli fa alle donne Freud? – andando avanti viene piuttosto da domandarsi: ma che ne fanno loro di Freud? e della psicoanalisi? Ne sono le vestali? O la trasformano?

Per rispondere a questa domanda si può tornare all´altro libro che citavo, quello di Laterza. Rimanendo invece a questo, non mancheremo di notare come affiori in tutte loro una lingua dell´origine della psicoanalisi, una specie di intonazione primitiva, che in Freud, grande, sommo scrittore, non avevamo colto. Le sue allieve non gli sono pari: neppure chi tra di loro vanta un pedigree letterario di eccellenza, come Lou Andreas-Salomé, la quale giunge a scuola da Freud dopo Nietzsche.

Freud la accoglie a braccia aperte, con un fervore e un riconoscimento che crescono in proporzione alla quantità e qualità degli uomini che Lou ha già sedotto. La quale Lou, come la Lulù di Wedekind, sarebbe pronta a dire: «se degli uomini si sono uccisi per me, questo non diminuisce affatto il mio valore». E Freud senz´altro risponderebbe «semmai lo aumenta», assecondando così una certa idea del “femminile”, che non solo in Wedekind risuona.

E´ un Freud domestico, questo, preso tra le sue donne, ripeto. Alle quali chiede di impegnarsi nella domanda da lui stesso inevasa «Was will das Weib?» E loro provano a rispondere.

Helene Deutsch si impegna a comprendere il continente oscuro della femminilità con l´arma dell´”invidia del pene” – considerato come un dato puro e semplice, fino ad apparire come l´apologa reazionaria di un masochismo femminile, diagnosticato da Freud e in quanto tale inattacabile. Joan Riviere, invece, si accanisce a definire la natura essenziale della femminilità come un bene che si fonderebbe sulla fase orale del succhiare – capezzolo, latte, pene, seme, bambino.

Quanto a Marie Bonaparte, in tutto e per tutto principessa (del pisello) e fanatica di Freud, si fa spostare il (la in questo libro) clitoride più vicino alla vagina, impegnata com´è in una lotta impari contro la propria frigidità.

Evidentemente, i colloqui con il maestro non la distraggono da più drastici interventi. E ascolta non tanto le interpretazioni dell´amica Ruth Mack Brunswick, quanto i consigli che le offre sulle tecniche di masturbazione.

Combattono contro malattie e nevrosi che hanno a che fare con questioni sessuali piuttosto semplici, diciamo così: questioni di clitoride e vagina e pene, come e dove collocarli rispetto al piacere. (E´ di là da venire una differente attenzione della psicoanalisi, che ci mette piuttosto uomini e donne in rapporto con la nostra finitudine. E con altri fantasmi che hanno nome Morte, Desiderio, Legge.)

Se non alla donna, si piegano all´ascolto dei bambini. Prima le donne e i bambini – non è così? Non bisogna difendere i più deboli? le donne, che patiscono di più le ipocrite leggi della morale vittoriana, i bambini che soffrono di più in famiglia? Se la psicoanalisi degli inizi vuole parlare del sesso, è per sfondare il muro del silenzio che lo circonda: sotto l´effetto di illusioni emancipatorie, illuministiche, crede di poterci liberare dalla repressione.

E´ sotto gli occhi di tutti che non è stato così. Oggi le differenze chiedono diritti, non libertà. E l´istanza del potere e della padronanza diffondono in tutti il miraggio della soddisfazione a vantaggio del piacere conformista. Direbbe Freud: infinite sono le astuzie, incredibilmente convoluti i meandri dell´economia del piacere.

Io aggiungerei: nella spirale del piacere e del potere non c´è più chi si strugga per il primo. Anzi, sempre più gente li confonde. E visto che sono stata severa con questo libro, chiuderò con un´osservazione a suo favore: meditare sulla vita di eroine che si sono battute a ragione o a torto per liberare la verità del sesso fa bene alla salute mentale. Specie per chi non ha altri altari a cui pregare.

In più, queste donne manifestano un modo di relazione all´altro esemplare per attenzione, amicizia, ascolto. Sì, tutte le donne di Freud, avendo intrapreso la strada della psicoanalisi come professione e missione, nel pensiero e nell´atto testimoniano che si potrebbe arrivare a pensare al mondo come a una casa. E al pensiero medesimo come a una terapia contro lo sradicamento e la perdita di mondo. Che sia questo essere donne? Freudiane, o meno?

THANX DAGOSPIA

giugno 28, 2007 - Posted by | Advertising, Libri, Parenti Scomodi, Protagonisti del secolo passato, Sex in the 21st Century, Si stava meglio quando si stava peggio

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